Nello yoga, ci sono parole che racchiudono un intero universo di significati.
Una di queste è Abhyasa (अभ्यास): un termine sanscrito che significa pratica costante, impegno continuo e perseveranza con devozione.
Ma Abhyasa non è solo “fare esercizio”, fare il compitino ma è un vero e proprio modo di essere, un atteggiamento mentale.
È quella disciplina gentile che ci insegna a tornare sul tappetino ogni giorno…neanche quando non ne abbiamo voglia, anche quando la mente dice “oggi no” e il divano sembra averci incatenato a sé.
Cosa significa davvero Abhyasa?
Nei Yoga Sutra di Patanjali, Abhyasa è descritto come la chiave per raggiungere la stabilità della mente.
Patanjali scrive:
“Sa tu dīrgha-kāla-nairantarya-satkārāsevito dṛḍhabhūmiḥ.”
(Yoga Sutra I.14)“La pratica diventa stabile quando è coltivata a lungo, senza interruzioni e con devozione.”
In altre parole: non serve la perfezione che la nostra società ci spinge a cercare, serve la costanza.
Abhyasa non è rigidità ma presenza; è la pazienza di tornare, ogni giorno, all’ascolto del respiro, del corpo e del momento presente.
E’ come un bambino dell’asilo che, dopo aver visto crollare il suo castello di costruzioni per la quinta volta, ricomincia da capo con la stessa serietà di un ingegnere, convinto che stavolta le torri resteranno su “per sempre”.
Esiste tuttavia un altro concetto che è necessariamente legato ad Abyasa e ne completa il significato: Vairagya
Abhyasa e Vairagya: due facce della stessa medaglia
Abhyasa, la pratica, si accompagna sempre a Vairagya, il distacco. Sono un pò come Tom e Jerry…
Se Abhyasa è l’impegno costante, Vairagya è la capacità di non attaccarsi al risultato.
Insieme formano così il nucleo della pratica yoga:
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- Abhyasa ci porta a muoverci, a ripetere e a imparare.
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- Vairagya ci insegna a lasciare andare, a non giudicare e a non forzare.
Solo quando queste due forze si bilanciano possiamo sperimentare uno stato di pace e centratura e la nostra pratica sarà sicura e duratura.
Ma che cosa significa, in concreto, nella pratica dello yoga del 2025, dedicarsi a questi concetti? Lo vediamo qui sotto!
La pratica come atto d’amore
Coltivare Abhyasa non significa spingersi al limite o “allenarsi di più”.
Significa scegliere di esserci, con sincerità, anche nei giorni in cui la pratica non scorre o il corpo è stanco.
Ogni volta che stendiamo il tappetino, ogni respiro consapevole che facciamo, ogni piccolo gesto di presenza che accenniamo diventa un seme.
E come ogni seme, anche la pratica ha bisogno di tempo, di luce e di immensa cura per fiorire.
La costanza nello yoga è quindi un atto d’amore verso se stessi.
Un modo per ricordarci che la trasformazione non arriva di colpo ma cresce silenziosa attraverso il ritmo delle giornate, la ripetizione dei movimenti e la continuità dell’ascolto.
E nella vita quotidiana del 2025 che cosa significa dedicarsi a questi concetti?
Abhyasa nella vita quotidiana
Abhyasa non vive solo sul tappetino.
È quella stessa forza che ci spinge a provare e riprovare dopo un errore, a ricominciare dopo una pausa e a imparare qualcosa di nuovo senza paura di sbagliare.
E’ quell’energia che sostiene il nostro progresso, di qualunque natura esso sia e che trasforma la pratica in un rituale e la disciplina in libertà. Perchè solo quando possiamo permetterci di sgarrare senza perdere il lavoro fatto fino a quel momento possiamo ritenerci liberi.
Quando comprendiamo questo, lo yoga smette di essere un momento della giornata e diventa il modo in cui viviamo la giornata.
Abhyasa ci ricorda dunque che:
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- la vera forza nasce dalla costanza;
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- la pratica è efficace solo se è coltivata con continuità e devozione;
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- ogni giorno è un’occasione per ricominciare con dolcezza e curiosità.
Come diceva Sri K. Pattabhi Jois:
“Practice, and all is coming.”
Abhyasa è il filo sottile che unisce ogni gesto al suo significato più profondo.
Se senti che è tempo di iniziare o di ricominciare la tua pratica,
ti aspetto nel mio studio a Chieri (TO).
Un passo alla volta, con costanza e leggerezza.
✨Namastè
